Delitto e castigo | Recensione

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Se finora vi ho sempre parlato di libri che risalivano ai tempi ante-quarantena, oggi diamo spazio a quello che per me ha rappresentato IL LIBRO della quarantena e cioè Delitto e castigo.

Ovviamente non ho letto solo questo romanzo nei tre lunghi mesi passati a casa, ma è un po’ più speciale degli altri perché finalmente ha ricevuto l’attenzione che si meritava. Felice e contenta gli avevo già dato alloggio sul comodino ad aprile dell’anno scorso, procedevo spedita pagina dopo pagina (nonostante i temi trattati si legge molto velocemente) e poi l’ho mollato quando me ne mancavano forse 200 su 800 totali: mi ero resa conto che non gli stavo rendendo giustizia, la mente stanca la sera si fermava al significato superficiale delle parole e non apprezzavo appieno il grande lascito di Dostoevskij. Delitto e castigo ha quindi aspettato pazientemente un anno, fiducioso che prima o poi sarebbe arrivato il suo turno, e il lockdown è stato la scusa buona per ripartire da zero e rituffarsi tra le sue pagine. E l’attesa è stata ampiamente ricompensata.

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Leggere questo romanzo è un’esperienza, significa entrare nella mente di un assassino, seppure un po’ anticonvenzionale come Rodion Romanovič Raskol’nikov. Ma di prima concentrarci su di lui, dobbiamo fare un passo indietro: sebbene il punto di vista di Raskol’nikov sia quello principale, uno dei tanti punti di forza del romanzo è la sua polifonia. Innumerevoli sono i personaggi che impareremo a conoscere, introdotti quasi tutti nei primi capitoli, tutti dai nomi uguali e impronunciabili (sappiate che stavo per scegliere russo all’università) tra i quali è facile confondersi. Sembrano apparire di sfuggita, di striscio, tra una lettera e un incontro alla taverna, come personaggi secondari di poco conto. E invece piano piano ritornano e si impongono sulla scena: Semën Zachàrovič Marmeladov, Sof’ja Semënovna Marmeladova (Sonja), Katerina Ivanovna Marmeladova, Avdot’ja Romànovna Raskol’nikova (Dunja), la madre Pul’chèrija Aleksàndrovna Raskol’nikova, Pëtr Petrovič Lužin, Dmitrij Prokof’ič Vrazumichin (Razumichin), Porfirij Petrovič, perfino Arkadij Ivanovič Svidrigajlov e tanti altri ancora.

E dove si muove tutta questa gente? In una San Pietroburgo che non ha nulla a che vedere con la Russia aristocratica dipinta da Tolstoj. A partire dalla camera dove vive in affitto Raskol’nikov, pochi metri quadri racchiusi da pareti spoglie e come unico arredamento un divano e qualche sedia. Mentre fuori ci aggiriamo sempre nei bassifondi, tra taverne, bettole, appartamenti di usuraie o condomini dove grandi famiglie vivono ammassate in poco spazio. Tra ubriachi, prostitute, poveracci, suicidi. Dostoevskij ci butta addosso il degrado senza remora alcuna: una vera e propria denuncia dei problemi sociali della città.

Tornando a Raskol’nikov, quello che sappiamo di lui è che è un ex studente di giurisprudenza ormai rimasto senza sostentamento, e per questo da alcuni mesi ha lasciato gli studi. Le difficoltà economiche in cui versa lo hanno portato a progettare un atto terribile: l’omicidio di un’usuraia per poterla derubare di tutto il suo denaro. Sembra impossibile risolversi a compiere tale azione, ma la scoperta che l’amata sorella Dunja andrà presto in sposa a un uomo che, leggendo tra le righe, si intuisce abietto, principalmente allo scopo di sopperire alle inesistenti entrate economiche della famiglia, spinge Raskol’nikov a oltrepassare quel limite che era sempre sembrato insuperabile.

La preparazione dell’omicidio è metodica, la sua realizzazione il caos: così sicuro della sua infallibilità, Raskol’nikov perde immediatamente la testa, compie azioni senza senso e riesce a fuggire senza essere visto per pura fortuna. Osservare quello che accade dopo, studiare com’è la vita portando nel cuore una colpa così grande, il castigo che inizia subito dopo il delitto, è il grande merito del romanzo. È ancora possibile una vita normale? Sparirà mai il delirio in cui il giovane cade costantemente, tra vaneggiamenti, sogni agitati e azioni che ricordano Lady Macbeth quando vede le sue mani sporche di sangue impossibile da lavare? Ma c’è ancor di più. La povertà è stata la vera causa di questa azione scellerata? Oppure c’è un altro pensiero, ancor più inquietante, l’idea che esistano uomini, dei Napoleoni, che possono e anzi hanno il diritto di commettere crimini se queste azioni avranno conseguenze rivoluzionarie, in senso positivo, sul futuro del mondo. Non siamo tanto lontani dall’idea del superuomo di Nietzsche. Ma il pidocchio è davvero quello che viene schiacciato? O lo è chi si arroga il diritto di eliminarlo dalla faccia della terra?

La lettura prosegue tra mille domande sullo scioglimento della vicenda. Lo cattureranno? Cederà lui? Non lo prenderanno e conviverà con questa colpa? Si ucciderà per l’impossibilità di vivere in questo modo? La chiave di tutto risiede nel giudice istruttore Porfirij e il suo abile gioco psicologico che ha lo scopo di portare il colpevole dritto dritto nella bocca del leone. Il bello è che quando Raskol’nikov non è in preda al delirio ti dimentichi quasi di quello che ha commesso, perché lo vedi immerso in altre relazioni e situazioni che ti mostrano il lato umano, il figlio devoto e il fratello amorevole, il darsi da fare per alleviare le sventure altrui, la capacità di indignarsi per le bassezze morali di Svidrigajlov.

Si può dire che quest’ultimo sia il doppio di Raskol’nikov, la copia uscita male, perché nel suo caso non riusciamo mai a dimenticarci delle sue colpe, lo odiamo fino in fondo. Ma i capitoli che raccontano la sua uscita di scena sono tra i miei preferiti.

In mezzo a tutti questi uomini, però, si distinguono le figure femminili di Dunja e Sonja.

Dunja è la più moderna delle due, ci viene descritta come una giovane dal carattere indipendente e sicuro di sé, gli occhi intelligenti. Vuole essere padrona delle proprie decisioni e quindi non accetta sottomissioni al promesso sposo, ma neanche al volere del fratello. Non le manca neanche il coraggio, quando per scoprire la verità su Raskol’nikov si addentra in una situazione che la mette in serio pericolo.

Sonja invece è l’incarnazione della fede in Dio, e per certi versi mi ha ricordato un po’ Lucia Mondella de I promessi sposi. Figura più classica della donna di allora, pura nonostante l’infelice destino che le è toccato, angelo salvifico incapace di odiare.

Non vi svelo nulla di più per lasciare anche a voi il piacere della scoperta. Anzi, spero di non aver già detto troppo. Non posso che consigliare a tutti la lettura di questo grande romanzo psicologico che scava nella psiche umana come pochi sanno fare. I fratelli Karamazov sono già pronti, in attesa del loro momento.

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12 pensieri riguardo “Delitto e castigo | Recensione

  1. Beh, sembra davvero interessante e tu hai di certo solleticato il languorino: intanto lo metto nella lista dei “want to read”, così per non sbagliarmi! 🙂

    Grazie

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    1. Per lungo tempo l’ho snobbato, poi ho iniziato a sentire commenti entusiasti e ho deciso di lanciarmi. Nessun pentimento! In più nonostante la mole per me non è stato affatto un mattone. Felice di aver suscitato l’interesse di qualcun altro 🙂

      Piace a 2 people

    1. Inizialmente a frenarmi erano i giudizi negativi di altre persone che in generale hanno gusti simili ai miei e di cui quindi mi fido. Poi però ho sentito altre opinioni e deciso di testare con i miei occhi, ed è andata bene! Ed è anche importante capire che mettere giù un libro senza terminarlo non è una sconfitta, semplicemente bisogna trovare il momento giusto 🙂
      Grazie per il commento!

      Piace a 1 persona

  2. Grande romanzo, figlio legittimo delle “Memorie del sottosuolo”, e la tua recensione gli rende giustizia. Mi ha colpito il fatto che tu ne abbia interrotto una lettura già avanzata per riprenderlo più avanti daccapo. Hai fatto quello che, secondo me, dovrebbe fare ogni lettore; a volte capita pure a me, ho vari libri “iniziati”, spesso per curiosità, per fare un assaggio, che attendono il momento giusto per essere letti sul serio.

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