La donna del passato | Recensione

Nonostante io abbia sempre voglia di comprare libri nuovi grazie ai suggerimenti che trovo in rete, riesco sempre a frenarmi e procedere all’acquisto solo quando sento che è giunto il momento di quel determinato libro. Quest’estate ho fatto ancor di più, tornando a rivolgermi alla libreria di casa (contenente i libri dei miei genitori) per scovare qualche bel romanzo finora ignorato. Ho così ritrovato la scrittrice Pearl S. Buck, di cui avevo letto Uomini di Dio e La buona terra, e altre sue tre opere mai affrontate. La donna del passato mi ha incuriosito per l’ambientazione coreana, e proprio da questo libro è partito il mio nuovo viaggio.

Prima di tutto, però, vorrei inquadrare quest’autrice (credo) non troppo conosciuta. Vissuta tra il 1892 e il 1973, è stata scrittrice, giornalista, sceneggiatrice e accademica statunitense, nonché vincitrice nel 1938 del Premio Nobel per la letteratura. I temi dei suoi romanzi, dove l’Asia è grande protagonista, sono largamente autobiografici, in quanto Buck ha vissuto per lunghi anni in Cina, prima da ragazza con il padre missionario e poi con il primo marito.

Ma torniamo alla nostra storia. Stati Uniti, metà anni ’60. Chris Winters è un americano benestante in corsa elettorale per la carica di governatore. Una mattina, tra la posta consueta, trova una lettera dalla Corea: a spedirgliela è stato Kim Christopher, il figlio avuto circa 11 anni prima con una donna del posto e della cui esistenza si era ormai totalmente dimenticato. Il ragazzo chiede aiuto al padre per superare le difficoltà economiche che la sua famiglia sta vivendo e avere la possibilità di andare a scuola come i coetanei. Ovviamente una notizia del genere non può che causare scompiglio nella vita di un uomo in piena campagna elettorale e per di più sposato da ben prima di concepire questo figlio. Eppure non c’è aria di tragedia nell’aria: per via dello speciale rapporto che lo lega alla moglie Laura, non esita a rivelarle questa scomoda verità, pronto a rispettare qualsiasi sua scelta in merito. La donna rimane giusto un po’ sorpresa ma, memore degli anni meravigliosi passati accanto al marito, non si arrabbia. Anzi, diventerà sua missione personale volare fino in Corea per conoscere Sunia, la donna del passato, e suo figlio.

Sebbene la condotta di Chris non sia proprio esemplare (già sposato, fa un figlio con un’altra donna per poi abbandonarli entrambi al proprio destino… potremmo tranquillamente definirla riprovevole) e l’assenza di una qualsiasi condanna nei suoi confronti possa far storcere un po’ il naso al lettore, ho trovato questo libro interessante sotto vari aspetti.

Innanzitutto il tema della guerra. Stiamo parlando proprio della Guerra di Corea che ha portato alla separazione tra Corea del Nord e Corea del Sud e che ha visto gli Stati Uniti impegnati sul fronte. Chris non è altro che uno dei tanti giovani arruolati e spediti in un Paese sconosciuto, incerti del proprio destino, ignari se per loro sarà mai previsto un ritorno a casa. La guerra è guerra e non fa sconti a nessuno. Chris si è sposato poco prima di partire, ma la situazione che si trova a vivere lo spinge a emulare i suoi compagni e cercare conforto e calore umano sul posto, e lo trova nella giovanissima Sunia. Per quel che dura, il loro è un amore sincero, ma un bambino non era nei piani del giovane che, appena ottiene la possibilità di tornare in patria alla vita di sempre, non esita a farlo.

Ma come dicevamo, non è stato di certo l’unico. Tutte queste unioni hanno conseguenze incarnate in bambini che vengono abbandonati insieme alle madri al termine della guerra. Kim Christopher è solo uno dei tanti a subire una vita a metà: tutti lo disprezzano perché è americano e per di più non è mai stato riconosciuto dal padre (in Corea i figli “appartengono” sempre al padre), di conseguenza non potrà mai avere un posto nella società. Inoltre la mescolanza tra razze non è per nulla accettata, perché porta a inquinare il “puro sangue coreano”. Così, oltre a essere spesso rifiutati anche dalla famiglia materna e a vivere in mezzo alla strada, questi bambini sono costantemente minacciati da estremisti che vorrebbero sterminarli tutti.

Joshua Pak sosteneva che i bambini dovevano essere strangolati appena nati, o, se li lasciavano vivere, i maschi dovevano essere castrati. Il sangue coreani era antico e puro, ed era intollerabile che non rimanesse tale. Per secoli non si era mescolato né con i cinesi, né con i giapponesi. Perché mai doveva avvenire adesso quella mescolanza? [p. 151]*

Senza far troppi spoiler, vi dico già che alla fine Kim Christopher arriverà in America, dove si renderà presto conto che il suo destino è essere un outsider: in Corea era additato come “l’americano”, negli USA per tutti è “il ragazzo coreano”, l’origine etnica costituisce sempre il metro di giudizio.

“Lei mi odia”, ripeté Christopher. “Per qualche ragione, perché io sono americano come mio padre. In Corea sono americano. Ma qui non ne sono sicuro. Sembra che qui io sia coreano. Là mi chiamavano Occhi Tondi. Qui mi chiamano Occhi Stretti.” [p. 183]*

Nonostante il titolo (che in originale era The New Year, quindi totalmente diverso), l’altra vera protagonista di questo breve romanzo è Laura, una donna chiaramente moderna. Si è sposata per amore e solo con un uomo con cui essere libera di parlare apertamente, da cui essere capita e stimata e che fosse pronto a fidarsi del suo giudizio. Lavora anche, e che lavoro! Una biologa marina che fa addirittura immersioni e collabora alla pari con i colleghi maschi. E che dire della sua intraprendenza a voler compiere da sola il viaggio in Corea, Paese di cui non parla neanche la lingua e dove non ha nessuna conoscenza su cui poter contare in caso di necessità?

Era così giovane… ma lei era mai stata davvero giovane? Forse quella rinunzia alla giovinezza era la penale che deve pagare una donna quando ha quello che gli uomini chiamano “un cervello maschile”, sebbene nulla la facesse infuriare più dell’idea che l’intelligenza sia propria dell’uomo, come se la natura assegnasse l’intelligenza secondo il sesso e non il caso o il disegno dei geni. Era colpa sua se, essendo una ragazza, aveva il cervello più brillante della famiglia? [p. 88]*

È lei ad affezionarsi immediatamente al bambino, a comprendere il dilemma esistenziale che sta vivendo, una creatura così simile agli esseri viventi oggetto dei suoi studi, a metà tra piante e animali, a metà tra due mondi, l’anello in grado di congiungerli e di aprire la strada a una nuova era, dove la commistione tra popoli sarà considerata normalità. E dello stesso avviso è il direttore del collegio, che ci regala una bellissima metafora:

“Esse [le libellule] cominciano la loro vita nell’acqua. Penseranno – immagino, se loro pensano – di essere creature acquatiche. Ma un giorno sentono il violente desiderio di levarsi alla superficie dell’acqua. Qui, si spogliano della loro pelle e improvvisamente si trovano con le ali. Prima di allora non hanno mai conosciuto le ali, ma appena le hanno spiccano il volo nel sole e mai più tornano nell’acqua dove sono nate. Ho cercato così di dirti che in tutta la natura esistono questi preziosi anelli di congiunzione tra i regni, tra le specie, e ora tra le razze. Li definiscono preziosi perché tendono all’unità della creazione. Le divisioni non sono durevoli.” [p. 184]*

Mi spiace solo che sia stato lasciato relativamente poco spazio a Sunia, che sia mancato un vero confronto tra le due donne, soprattutto perché inizialmente Laura sembra voler partire proprio per capire cosa aveva affascinato così tanto il marito.

La scrittura è semplice, delicata, senza veri colpi di scena, perché tutto scorre come seguendo un percorso naturale. E il punto di vista viene sapientemente distribuito tra tutti i personaggi principali. Una piccola chicca che sono contenta di aver trovato, anche se, non so a voi, ma copertina e titolo italiani mi lasciano molto perplessa sotto vari aspetti. Così come alcuni passaggi della traduzione proposta. Ma il nostro incontro con Pearl S. Buck non finisce qua, ci rivediamo presto pronti a partire alla volta dell’India!

*Traduzioni di Orsola Nemi

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3 pensieri riguardo “La donna del passato | Recensione

  1. Che bella scoperta! Non conoscevo questa autrice e il suo libro; la storia mi ha davvero colpito così come il personaggio di Laura! Infine hai fatto davvero bene a spulciare tra i libri che si hanno già (anche io sto cercando di limitare i miei acquisti per evitare di accumulare libri su libri 😂)

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    1. Mia mamma acquista libri da sempre, quindi ho una libreria bella rifornita da cui poter attingere. Però ci sono tante altre scoperte che faccio per conto mio e a cui non voglio rinunciare. Quindi cerco di trovare un equilibrio tra le due cose 😁
      In questo caso sono stata proprio contenta di essere tornata spulciare tra vecchi libri!

      Piace a 1 persona

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