The Help | Recensione

The Help

Il bello di avere per amici persone che leggono è che gli scambi di idee e consigli non mancano mai. The Help si era fatto strada in una di queste conversazioni a tema libri addirittura un anno fa, ma nulla viene mai dimenticato e quest’estate ha ottenuto il suo momento di gloria sotto forma di regalo, molto gradito dal destinatario. Ovviamente, non ho perso l’occasione per leggermelo anche io.

Jackson, Mississippi, anni Sessanta. Siamo in uno stato degli Stati Uniti del Sud dove la segregazione razziale è ancora ben radicata: sebbene non più schiavi, i neri sono considerati inferiori e devono subire tutta una serie di discriminazioni, conquistando la libertà passo dopo passo grazie ai grandi gesti di uomini e donne come Rosa Parks e Martin Luther King.

L’ambientazione scelta dall’autrice è quella domestica, per dare letteralmente voce alle domestiche (the help in inglese) di colore che si occupano della gestione della casa di famiglie bianche. I compiti sono vari: un po’ donne delle pulizie, un po’ cuoche, un po’ badanti, un po’ tate. Senza di loro, qualsiasi donna bianca sembra incapace di sopravvivere. Aibileen, Minny e Skeeter hanno il compito di farci partecipi di queste vicende, e i capitoli narrati in prima persona alternano i loro punti di vista.

The Help

Aibileen è specializzata in particolare nella cura dei bambini, considera suoi figli tutti quelli che ha cresciuto ed è così arrivata al cospicuo numero di 17. Non è raro che questi bambini si affezionino più a lei che alle madri biologiche, da cui vengono spesso ignorati e considerati un peso indesiderato. Nel suo piccolo, Aibileen cerca di favorire idee inclusive, raccontando storie della buonanotte che hanno per protagonisti marziani verdi e bambine bianche e nere che non vedono diversità tra di loro. Aibileen è una donna davvero dolce, che ha tanto sofferto ma che non smette di provare amore per il prossimo. Ma non fatevi ingannare dal suo aspetto mite: non le mancano di certo determinazione e coraggio, qualità che la sosterranno in un progetto parecchio rischioso a cui decide di prendere parte.

Minny è la migliore amica di Aibileen ed anche il suo esatto opposto. Madre di numerosi bambini, moglie di un uomo violento e dipendente dall’alcol, caratterizzata da stazza imponente e lingua lunga, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. E infatti perde un lavoro dopo l’altro per le rispost(acc)e alle angherie subite che è incapace di tenere per sé. La salvano solo la sua reputazione di cuoca migliore della città e il fatto che la sua padrona attuale sia mezza sorda. Nel corso della narrazione si troverà a lavorare per una nuova signora appena trasferitasi in città, una bianca che rompe tutti i suoi schemi e i cui comportamenti bizzarri non smettono di stupirla e anche un po’ inquietarla.

Skeeter è l’unica delle tre voci appartenente all’altro fronte: 23 anni, bianca, cresciuta in una piantagione di cotone, è andata all’università e sogna di fare la scrittrice. Si sente del tutto fuori luogo in quanto donna, per via della sua costantemente sottolineata scarsa bellezza e delle aspirazioni per nulla in linea con le aspettative della società. Nonché della madre, la quale non perde occasione per favorire un fidanzamento. Frequenta però le case delle varie signore bianche (in gran parte amiche d’infanzia) e scrive per la Lega femminile, quindi ci offre uno sguardo interno al mondo di chi ha il potere. La sua storia e quelle delle domestiche si intrecciano quando la migliore amica Hilly ìdea e promuove l'”Iniziativa per l’igiene del personale domestico“: dichiara necessaria l’installazione di un secondo bagno esterno alle case, a uso esclusivo dei domestici neri, in modo che non possano esserci contaminazioni, con pericolosi risvolti dal punto di vista della salute, tra i due gruppi.

È pur vero che questo romanzo non può sottrarsi all’eterno dibattito: può un’autrice bianca rappresentare davvero il mondo dei neri? Non c’è il rischio di cadere in stereotipi? Che il punto di vista sia sempre e comunque sbilanciato? Che alla fin fine il fuoco sia sempre sui bianchi? Può darsi, anzi è molto probabile, e ho come l’impressione che nel film che ne è stato tratto questa sensazione sia amplificata (ho visto solo il trailer però). Eppure ammetto che ciò non mi ha impedito di apprezzare il libro. L’importante è esserne consapevoli. Kathryn Stockett si è semplicemente ispirata alla sua vicenda personale e ha dedicato il romanzo alla propria domestica Demetrie, da cui è stata cresciuta. Un ringraziamento a distanza di anni per restituire dignità e visibilità a migliaia di donne che hanno contribuito a formare le generazioni del futuro. Demetrie si è spezzettata per donare un pezzetto di sé non solo ad Aibileen e Minny, ma anche a tutte le altre domestiche che fanno la loro comparsa nel libro, ognuna con la propria storia.

Sinceramente non ho visto Skeeter come la salvatrice delle domestiche, ma più come il mezzo attraverso il quale realizzare qualcosa di mai visto prima. Il ruolo di tutte le protagoniste è sempre ben bilanciato, Aibileen e Minny sanno decisamente il fatto loro. Per quanto riguarda la scrittura, il libro è estremamente scorrevole e il linguaggio usato si adatta al personaggio che ci racconta del suo presente. Ci muoviamo tra piccole case e grandi ville dove l’argenteria deve essere sempre lucidata e ogni stanza rassettata e tenuta in perfetto ordine, ci rifugiamo in piccole camerette dove a farci compagnia è il battere della macchina da scrivere, pranziamo in ristoranti di lusso, viaggiamo in Cadillac, ma anche su un camion che puzza di fertilizzante. Facciamo shopping, andiamo in piscina e vestiamo la solita divisa bianca. Dobbiamo sottostare a padrone capricciose e con altre diventiamo quasi amiche. Attraversiamo le stradine del quartiere nero, dove i bianchi non possono spingersi se non con il rischio di essere schedati come sovversivi, dove un padre di famiglia può venire ammazzato di fronte ai propri bambini solo per aver reclamato per i propri diritti. Scopriamo quanto è difficile mantenere un’amicizia di lunga data se da adulti si finisce per avere una visione del mondo completamente diversa. E ci colpisce che l’idea dell’inevitabilità di certe divisioni sia profondamente radicata anche nella comunità nera, che la mescolanza sia vista con sospetto da entrambe le parti. Capiamo che la vendetta nei confronti dei più deboli non è solo violenza fisica, ma può manifestarsi sotto altre forme, quali impedire loro di trovare un lavoro e imporre lo sfratto dalla casa.

Riusciranno le voci di Aibileen, di Minny e delle loro colleghe a superare i confini di Jackson, Mississippi, dando il proprio contributo alla lotta per i diritti civili? È questa la grande scommessa di Eugenia Phileas, per gli amici Skeeter.

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5 pensieri riguardo “The Help | Recensione

  1. Bellissima recensione! Anch’io come molti ho conosciuto il film attraverso l’ottima trasposizione cinematografica. Quel film riusciva a parlare molto bene della tematica del razzismo e riguardando dopo tanto tempo trovo terrificante come certi concetti retrogradi e razzisti siano ancora così ben radicati nella cultura americana. Un’ottima analisi.

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