La forma dell’acqua | Recensione

La forma dell'acquaSono stata spinta a leggere questo romanzo dopo aver visto il trailer dell’omonima pellicola che nel 2018 ha vinto, tra gli altri, l’Oscar al miglior film. E com’è ormai noto, se c’è un libro di mezzo io scelgo la versione scritta. Ma è interessante il fatto che non c’è stato film tratto da libro o libro tratto da film: sono stati realizzati in contemporanea con lavoro a quattro mani tra il regista Guillermo del Toro (che ha avuto l’idea) e lo scrittore Daniel Kraus. Non ho mai visto il film, ma ho l’impressione che le due forme di comunicazione abbiano avuto esiti diversi. O forse era proprio questo lo scopo, chissà.

Dal trailer la storia sembra ruotare attorno alla relazione d’amore che si instaura tra una inserviente insignificante e muta e questa creatura anfibia,  un po’ uomo, un po’ animale, catturata dagli americani in Amazzonia per studiarla a scopo scientifico. Non mancano poi i cattivi tra spie russe e colonnelli che ne desiderano la morte. Ecco, a pelle per me il libro ha tutto un altro tono. L’amore tra i due c’è, ma non è così preponderante, si amalgama con il resto a pari livello e ammetto, anzi, che le relative parti erano quelle che mi interessavano meno. La vera forza di questo libro è l’attenzione data al tema dell’emarginazione: i protagonisti di quest’opera sono tutti emarginati che tentano di rimanere a galla tra le difficoltà della vita, alcuni con esiti positivi, altri meno.

La forma dell'acqua

Abbiamo ovviamente Elisa, giovane, orfana e muta che tira avanti lavorando al turno di notte come inserviente presso questo importantissimo centro ricerche. È muta probabilmente a causa di un intervento umano, come dimostrano le cicatrici ai lati della gola, e non ha speranze per il futuro. L’unico suo mezzo di rivalsa sono le scarpe: ama quelle appariscenti con i tacchi e le indossa sul lavoro nonostante le siano vietate. Fa breccia nel cuore della creatura perché è l’unica a tenere in considerazione i suoi sentimenti e trovo molto tenero il fatto che gli insegni la lingua dei segni per cercare di comunicare con lui.

Tuttavia Elisa non è completamente sola, nella sua triste esistenza c’è spazio per due amici. Una è Zelda, sua collega di lavoro, nera. La sua etnia le ha sempre causato non pochi problemi, soprattutto nell’America degli anni ’60. È abituata a vivere ai margini della società, a chinare la testa di fronte ai superiori, a lasciarsi umiliare. Ma sogna di trasferirsi in Australia e aprire un negozio tutto suo con il marito. Quest’ultimo è spesso disoccupato e passa le giornate a bere e mangiare di fronte al televisore, ma anche questa situazione è il risultato di una società che non funziona. Zelda è l’unica che sul lavoro ha fatto lo sforzo di imparare la lingua dei segni, diventando la migliore amica di Elisa, coprendola durante il salvataggio della creatura e pronta a rischiare la vita per lei.

Poi c’è Giles, il vicino di pianerottolo, sui 40-50 anni, pittore decaduto, omosessuale. È costretto a nascondere il suo orientamento, altrimenti verrebbe deriso e offeso (come quando rivela il suo interessamento a un giovane barista che era stato sempre gentile nei suoi confronti e pensa provi i suoi stessi sentimenti) o, peggio, avere difficoltà sul lavoro. Come già avvenuto. Ora dipinge manifesti pubblicitari che gli vengono sempre rifiutati. A scuotergli la coscienza e fargli capire che lui merita molto più che compassione e condiscendenza sarà Lainie.

Lainie è la moglie di Strickland, ingabbiata nel ruolo di moglie e madre che le impongono la società e un marito conservatore. Si sforza davvero per soddisfare queste aspettative e autoconvincersi di poter essere felice, ma la verità è che lei non ci sta. Già durante i lunghi mesi d’assenza di Strickland, quando non si sapeva se fosse vivo o morto, dopo lo sconforto iniziale aveva imparato a vivere in autonomia e ora non vuole che la sua libertà le venga negata. Così di nascosto inizia a lavorare come segretaria, a guadagnare i suoi soldi, a comprare e vestirsi secondo suo gusto. Al ritorno del marito prova ad andargli incontro in ogni modo, consapevole che le missioni a cui ha partecipato lo hanno destabilizzato mentalmente, ma quando viene brutalmente picchiata perché Strickland pensa di venire tradito (non crede che possa davvero lavorare), Lainie fa quello che deve fare: prepara i bambini, fa le valige, sale su un taxi e si dirige all’aeroporto, per fuggire il più lontano possibile.

Prima di arrivare a Strickland, parliamo un attimo di Hoffstetler: anche lui è in trappola. Quando era solo un giovane ricercatore universitario russo, i servizi segreti lo avevano costretto ad approdare in America per lavorare come spia ai loro ordini, pena la morte dei genitori. Lo studio della creatura, definita “Risorsa”, rappresenta l’ultimo suo incarico, dopo il quale potrà tornare alla sua vita normale e riabbracciare i genitori, che non vede da quasi 20 anni. Il suo compito è trasmettere alla Russia dati importanti sulla Risorsa che potrebbero avvantaggiarli nella Guerra fredda contro gli Stati Uniti. Vive questo incarico con la vera gioia dello scienziato, desidera che la creatura sia trattata con il dovuto riguardo e alla fine capisce anche lui che bisogna salvarla.

E arriviamo finalmente a Strickland, il personaggio che apre e chiude il romanzo. Strickland è un soldato, che ha combattuto la guerra in Corea, che è agli ordini di un uomo di cui ha paura e che odia le missioni a cui deve partecipare, lui che vorrebbe solo una vita normale con la sua famiglia. È stato il lavoro a renderlo mentalmente instabile, definitivamente pazzo. In Corea, di cui apprendiamo solo alla fine, ha dovuto compiere azioni che lo hanno segnato per sempre. In Amazzonia, la ricerca di questa mitologica creatura, che neanche si sa se esiste davvero, lo fa regredire a uomo primitivo che sopravvive nella foresta ricorrendo solo alle sue forze. Finisce per identificarsi con un Dio della Giungla contrapposto al Dio del fiume, il Deus Branquia, e per tutto il romanzo è sopraffatto da questa rivalità che esiste solo nella sua testa. Ha bisogno di riprendere il controllo della sua vita, ma lo fa nella maniera sbagliata, inseguendo il sogno di essere il nuovo americano che ha in pugno il futuro, in grado di governare ogni aspetto della vita e sottomettere la creatura, la sua ossessione, al suo volere senza remore di usare violenza e torture.

Sorprendentemente, i capitoli che coglievano il punto di vista di Strickland sono stati i più interessanti. Soffrivo davvero per quello che aveva passato e stava passando, era doloroso assistere al progredire della sua follia, dovuta a fantasmi di cui non riusciva a liberarsi. Fantasmi che lo hanno fatto precipitare in un baratro di non ritorno. Infine, ho apprezzato molto anche altri due capitoli, scritti dal punto di vista della creatura. Sono pensieri ed emozioni che scorrono così come si presentano senza suddivisione in frasi, senza punteggiatura. Le scelte lessicali sono tipiche di chi non conosce la realtà umana e chiama gli oggetti e descrive il mondo circostante secondo le proprie conoscenze e abilità.

Un libro che si legge velocemente, che ti sbatte in faccia la dura realtà delle vicende senza mitigarla, che diventa ogni secondo più cupo. Ma con un finale che lascia anche un po’ di speranza.

Se c’è qualcuno che ha visto anche il film, sarei proprio curiosa di conoscere se le impressioni sono state le stesse o diverse!

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4 pensieri riguardo “La forma dell’acqua | Recensione

  1. Eccomi! Non ho letto il libro, ma ho visto il film. Da quello che scrivi, mi pare di capire che nel film la questione dell’emarginazione – pur con i limiti imposti dal minutaggio – è presente e percepibile (perlomeno, io l’ho percepita). La differenza maggiore sembra essere la figura di Strickland, la cui follia è meno analizzata e “motivata”: si capisce che non è solo malvagio, ma malvagio E psicotico, ma le ragioni sono pressoché inesistenti. Il film, comunque, mi è piaciuto. Dalla sua, rispetto al libro, penso abbia la buona prova recitativa degli attori e alcuni dettagli visivi, ad esempio l’uso frequente del colore verde acqua, che richiama l’elemento focale della storia. Ero incuriosito dal libro, grazie per averlo recensito: credo sarebbe un’utile lettura per approfondire meglio la storia e i personaggi.

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    1. Grazie per il contributo e per aver approfondito l’altra prospettiva! Sono contenta che nella sostanza siano uguali. Credo siano riusciti a creare due versioni della storia che si completano a vicenda. E prima o poi il film potrebbe rientrare in uno di quelli che finisco per vedere. D’altra parte il trailer mi aveva stregato, anche proprio da un punto di vista di riprese, montaggio e colori (come facevi notare)!

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  2. Anch’io come Aussie Mazz. Ho visto il film, ma non ho letto il libro. Direi che la psicologia di Strickland nel film non è analizzata bene con nel libro. Mi ha dato l’impressione di essere uno spietato con qualche problema mentale, ma non se ne capisce l’origine. Una certa vulnerabilità si percepisce solo verso la fine, quando viene messo alle strette da un superiore. Lainie nel film sembra una figura messa lì solo per far vedere che Strickland ha una moglie e dei bambini (una famiglia felice), non c’è alcun riferimento al lavoro e ai maltrattamenti. Hoffstetler è quello che mi sembra presentato più o meno nello stesso modo anche nel film, anche se mancano i riferimenti al passato e alla famiglia che non vede da anni. Penso che potrei apprezzare maggiormente il libro proprio perché rivela più aspetti della vita passata di alcuni personaggi e i loro punti di vista.

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    1. Sicuramente nel libro hanno potuto spaziare di più e dare a ciascun personaggio il giusto background. Per questioni di tempistiche nel film hanno dovuto fare delle scelte e privilegiare uno dei tanti aspetti, quello che è il nodo focale della storia. Sono sicura che chiunque abbia apprezzato il film troverà nel libro un interessante sviluppo, nonché risposte a tante domande 🙂

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