I tre moschettieri | Recensione

I tre moschettieriGià che ci ho preso gusto, continuiamo sulla scia di quei libri, nonché classici, con cui non è scattata la scintilla. Ho conosciuto Alexandre Dumas padre con Il conte di Montecristo, che è finito dritto dritto tra i miei preferiti in assoluto (l’ho letto anche più di una volta). Così ho iniziato I tre moschettieri con altissime aspettative, anche perché era il romanzo preferito di una ragazza che conosco e che come me ama leggere. Sfortunatamente, l’esito non è stato assolutamente quello sperato.

Si capisce subito che ci troviamo davanti a un vero e proprio feuilleton, scritto a puntate per intrattenere il pubblico e soprattutto per guadagnarci. Non che questo fosse sinonimo di cattiva scrittura, ma è proprio la trama scelta che a mio parere non sta in piedi: sembra non avere né capo né coda, con vicende che si succedono senza soluzione di continuità e personaggi un po’ piatti che corrono da una parte all’altra.

I tre moschettieri

Cosa mi succede se dico che ho trovato D’Artagnan insopportabile? Sta sempre a mezzo, è impulsivo, facile all’innamoramento, pronto a tirar fuori la spada alla minima provocazione e a infilzare senza rimorsi chi gli sta davanti. Ma altri non sono da meno. Non ricordo di aver mai letto un altro libro in cui si parla di uccisioni di uomini con così tanta nonchalance. Peggio che ne Il trono di spade: almeno lì queste scene sono volute per mettere in risalto la brutalità di cui è capace l’uomo, ci fanno ribrezzo; in questo caso invece sembrano giustificate perché attuate da protagonisti che tutti amano.

Porthos non riesce meglio nel tentativo di conquistarsi la mia simpatia, vanitoso com’è. Aramis è sfuggente, un po’ vuole fare il moschettiere, un po’ il prete, ma è invischiato con almeno una o più amanti. Athos riesce a spiccare un po’ di più e l’ho apprezzato per varie ragioni. Più grande per età, è la mente che ragiona, riflette e mitiga l’animo ardente di D’Artagnan. Ed è l’unico di cui conosciamo anche il passato.

Poi abbiamo un re Luigi XIII incapace che più che regnare è in pena per i tradimenti della moglie e bisticcia come cane e gatto con il Cardinale, colui che lo aiuta a governare. La moglie in questione è la povera principessa d’Austria, innamorata di un duca inglese, Buckingham, e passa il tempo a crogiolarsi nella sua tristezza e a spedire lettere all’amato. Il Cardinale dovrebbe rappresentare il cattivo, ma non sta facendo altro che proteggere il regno da chi si allea con il nemico, no? Milady, odiosissima e spietata, ha almeno un po’ di sale in zucca e spirito di iniziativa.

La trama, dicevamo, Una miscela di situazioni al limite della verosimiglianza (soprattutto per la rapidità con cui tutto succede): inseguimenti, sequestri, spie, duelli, fughe, missioni all’estero, guerre, rapimenti, salvataggi mancati e così via. In trasposizione cinematografica potrebbe quasi avere un suo perché, come romanzo non è davvero nelle mie corde. Ma caro Dumas, non preoccuparti, mi hai conquistato con Edmond Dantès e possiamo considerare I tre moschettieri come un semplice incidente di percorso tra noi. Ti perdono e continuerai ad avere il mio appoggio di lettrice.

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