Le notti di Salem | Recensione

haunted-house-on-hillQuest’estate ha segnato un grande ritorno, quello del maestro dell’horror Stephen King. Dovevo raggiungere una certa spesa per poter usare buono ed ecco che senza troppo pensarci ho messo le mani su Le notti di Salem.

Ho iniziato la lettura con una conoscenza davvero minima della trama: sapevo che era uno dei romanzi più famosi dell’autore e che la vicenda era ambientata in una cittadina in cui iniziavano a succedere cose strane. Credo che in fondo questo sia il miglior approccio a un horror, perché ti puoi aspettare letteralmente di tutto senza alcuno spoiler.

Mi sono così immersa nella vita di una tranquilla cittadina di periferia degli anni ‘70, negli Stati Uniti, dove il numero di abitanti è piuttosto limitato e le persone si conoscono praticamente tutte tra loro, dove si vive una quotidianità priva di grandi eventi. A tal punto che anche lo sceriffo passa le sue giornate seduto sui gradini di una piazza. Finché poi la gente inizia a morire, in modo scientificamente inspiegabile: prima diventa sempre più debole e poi semplicemente muore. Il Male è arrivato, in una delle sue forme più primitive e devastanti.

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Il romanzo è strutturato in gran parte come un lunghissimo flashback. Nel prologo ci vengono presentati un uomo alto e un ragazzo, senza nome, che sono chiaramente sopravvissuti a qualche catastrofe. Salem’s Lot, il luogo da cui provengono, è diventata una città fantasma, disabitata. Che cosa ha causato tale devastazione lo scopriremo seguendo Ben, uno scrittore che ha lasciato la cittadina quando era piccolo e che ora vi ritorna per trovare ispirazione per il suo nuovo romanzo e fugare antichi fantasmi. Inizierà anche una relazione con Susan, una giovane ventiseienne che si sente intrappolata in questo paesino sperduto e in una famiglia oppressiva, sulla quale incombe la figura della madre che vorrebbe controllare la vita lavorativa e amorosa della figlia.

Ho trovato magistrale la costruzione dell’ambiente scenico e delle persone che si muovono al suo interno. Alcuni capitoli sono interamente dedicati al Lot e sembrano quasi parlare dalla sua prospettiva, con la sua voce. Si vede chiaramente la strada che serve per arrivarci, le sue casette, il bosco, la discarica, i negozietti, la piazza, la scuola locale, la pensione, la casa sulla collina che incombe con la sua ombra e il suo passato sul resto della città. Casa Marsten è maledetta: anni addietro il proprietario aveva sparato alla moglie per poi impiccarsi. Questo e altri segreti custodisce il Lot. Segreti che non possono e non devono essere rivelati interamente, neanche al lettore.

Poi, con una semplice cronaca di un giorno qualunque, suddiviso in ora per ora, veniamo introdotti ai diversi personaggi e alle attività da loro svolte. Giovani che si svegliano all’alba per lavorare nei campi e poi andare a scuola. Mike, l’aiuto becchino  che ama il suo lavoro. Eva, la proprietaria della pensione che è rimasta vedova ma che ha trovato un secondo amore in uno dei pensionanti. Poi la pettegola della città, che scruta fuori dalla finestra con il suo potente binocolo e che solleva la cornetta del telefono per origliare le conversazioni altrui. Un autista di pulmini pazzo, che molla in strada i bambini il cui comportamento si discosta dai suoi standard. Il custode della discarica vive come un reietto, allontanato da tutti per via della sua gobba, e sfoga la sua frustrazione sparando ai topi. Mark è un ragazzino mingherlino con una passione particolare per i mostri. E tanti tanti altri. Infine i fratellini Glick, che avranno un ruolo chiave in tutta la vicenda.

La tranquillità cessa quando Casa Marsten viene acquistata da una coppia di imprenditori che vogliono avviare una vendita di mobili d’antiquariato. Uno dei due soci però non si vede mai, e il mistero si infittisce quando due facchini sono incaricati di recuperare una cassa, portarla nella cantina di Casa Marsten e chiudere con un lucchetto tutte le porte alle loro spalle. Questa è stata una delle scene che più mi hanno messo ansia in tutto il libro.

Più avanti entreranno in scena altri tre personaggi chiave, un professore di liceo, un padre cattolico di nazionalità irlandese che annega i pensieri nell’alcol, e un medico con una mente abbastanza aperta da credere nel soprannaturale. Un gruppo di sei persone farà di tutto per opporsi alla minaccia, ma l’esito non è affatto scontato. Ho apprezzato molto il metodo scientifico adottato: non si precipitano a credere alla prima idea sconclusionata che suggeriscono gli avvenimenti (anche se poi è quella giusta), ma scartano prima ogni altra possibile spiegazione testando e confutando con prove evidenti le prime ipotesi più razionali.

In genere amo le storie popolate da una moltitudine di personaggi, ciascuno con un nome e un cognome e una storia. Non sono solo comparse. Da personaggi di carta diventano persone in carne e ossa, con un loro passato e una psicologia ben definita.

Quanto a paura, come è andata stavolta? Per la prima metà ho provato un costante senso di inquietudine, che ha avuto il suo apice nella scena della cassa menzionata sopra. Poi, una volta capito il “problema” e iniziata la lotta,  si trattava soltanto di godersi la lotta tra le due fazioni. Una vera e propria lettura adrenalinica in cui, lo ammetto, poco mi importava delle persone colpite, che per me si erano trasformate in mere pedine mosse al solo scopo di intrattenermi. Certo, ci sono un sacco di scene terribilmente cruente e anche un po’ splatter, ma tanto è tutta finzione. Invece la tensione dell’ignoto, quella sì che mette i brividi. Anche di passaggi macabri ne abbiamo a volontà, King ci indugia parecchio, e si va dalla descrizione di quello che accade al corpo umano subito dopo la morte, alle condizioni in cui dovrebbe trovarsi un bambino nella bara. E a pensarci bene, questa finzione non è, ma pura e semplice realtà.

È una storia che, personalmente, mi sembra non porti da nessuna parte, ma detto in senso positivo: è una storia fatta di persone normali, volta a indagare nella loro quotidianità e osservare il loro modo di agire di fronte alle sfide della vita. Nonché al pericolo imminente. Ed è bello così.

Piccola spoiler sul nome della città. Questa Salem non è la città realmente esistente in Massachusetts e nota per la caccia alla streghe. È un paesino totalmente immaginario, deve Salem è semplicemente il diminutivo di Jerusalem, nome di una scrofa scappata nel bosco (lot, in inglese), da cui, inselvatichitasi e incattivitasi, spaventava chiunque le si avvicini. E così il nome del paese è diventato letteralmente “Il bosco di ‘Salem”. Una scelta narrativa davvero curiosa, che mi ha fatto sorridere: un nome sacro associato a un animale che di solito ha ben altre connotazioni generalmente non positive. Il fatto che diventi anche selvatico e aggressivo sembra quasi renderlo un precursore del Male che arriverà più tardi.

600 pagine che si leggono in un battibaleno, tutte impeccabili e perfettamente incastrate. Non ne serve né una di più, né una di meno. Un’ottima lettura da spiaggia, tanto che “un horror all’estate” potrebbe diventare ormai un’abitudine.

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6 pensieri riguardo “Le notti di Salem | Recensione

  1. Ce l’ho in TBR da secoli ma non mi decido mai: ho un pessimo rapporto con King, sospetto non sia il “tipo” di horror per me, perché il suo talento è innegabile ma non riesce mai a suscitarmi la minima emozione. Oltre al fatto che certe sue scene sono a dir poco fuori dalla grazia di Dio ma pazienza.
    Comunque credo che tu mi abbia convinto, lo leggerò.

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    1. Io non ho trovato in King esattamente quello che pensavo di trovare, ma sono venuta a patti con una chiave di lettura diversa. Qui devo dire che scene non proprio bellissime ce ne sono in abbondanza, quindi non so se riuscirà a essere la lettura giusta 😅 Io sono un po’ strana e alla fine riesco a passarci un po’ sopra, dato che è “solo scritto”.
      Devo dire però che le parti che mi piacciono di più sono forse quelle più riflessive e meno grafiche, penso che lì dia il meglio di sé!

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  2. Un libro davvero incredibile che a distanza di anni riesce ancora a stupirmi. Adoro come King sia maturato e come sia riuscito ad affinare il proprio stile e soprattutto come la tensione sia sempre costante, come se qualcosa di oscuro stesse per arrivare da un momento all’altro. Un’ottima recensione!

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