Furore | Recensione parte 2/2

https://www.flickr.com/photos/scott-tanis/4375226433Il periodo di pubblicazione di Furore coincise in Italia con il fascismo, per questo da noi arrivò censurato e soprattutto presentato a modello di un’intera America che non funzionava e da cui era bene allontanarsi. Nel 2013 Bombiani lo ripubblica nella traduzione integrale di Sergio Claudio Perroni. Se i personaggi presentati nella puntata precedente vi hanno incuriosito e avete voglia di scoprirne di più su questo bellissimo romanzo, ecco un accenno di quello che mi ha lasciato.

La scrittura di Steinbeck è impeccabile. È vera, parla come le persone che animano le pagine del romanzo. Alterna periodi lunghi ad altri più brevi e secchi. Sfrutta parallelismi, accumulo di informazioni, riflessioni puntuali e frasi ad effetto. I capitoli si alternano in due modalità. Ci sono quelli che seguono i Joad, con uno sguardo immerso nelle vicenda, che portano avanti la loro storia individuale. E poi ci sono i capitoli che portano avanti la Storia di tutto un popolo, hanno una visione più ampia ed esterna e sembrano proprio un reportage dedicato alla collettività. Qui si fa un grandissimo uso del discorso diretto libero, perché la voce è sempre quella degli uomini protagonisti di questi avvenimenti. Un bellissimo mix di storia universale e storia individuale, quest’ultima intesa a sua volta come modello e a rappresentanza di tutte le altre.

Tacciato di essere un romanzo comunista, effettivamente insiste molto sull’idea della terra che dà sostentamento, che va vissuta con la fatica e il sudore manuale. La terra che con i suoi frutti sfama le persone, in opposizione al capitalismo dilagante che, con le sue banche e i grandi proprietari terrieri, pensa solo al profitto dimenticandosi delle persone e favorendo le iniquità. La storia è sempre quella: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Per me però è stato innanzitutto un ritratto di umanità. Un ritratto in cui si vedono ed emergono temi che non passano mai di moda. In primis, l’emigrazione che soprattutto quando non è volontaria rappresenta un brutto distacco con il passato, verso un futuro incerto, con scarsità di mezzi in un viaggio in cui non è certo che tutti arriveranno a destinazione. Fondamentale è la capacità di arrangiarsi e perseverare anche nelle situazioni più difficili. E dove non arrivano aiuti dall’alto, da chi ha i mezzi, si crea una fitta rete di solidarietà tra le persone che si sentono parte di una stessa comunità. Così si dividono gli spazi, si viaggia insieme, si fa a metà con il cibo, perché dopotutto l’unione fa la forza. E non si lasciano gli altri in difficoltà, quando si può dare una mano. Come dice Ma’, alla fine quelli che aiutano di più sono sempre i più poveri. Anche quando sembrano fare i prepotenti solo perché loro stessi sono schiacciati da ordini derivanti dall’alto.

E se prima si muovono isolati, ciascun gruppo familiare per conto proprio, quando iniziano a formarsi i primi insediamenti di tende si attiva automaticamente un’organizzazione sociale, allo scopo di favorire una vita civile senza cadere nelle barbarie di chi è senza legge. Dove si vive meglio è il campo del governo, completamente autogestito, senza disordini. Qui le persone sono sempre ben accolte, ci sono responsabili per ogni settore e le persone si alternano alla pari nei ruoli di comando.

Lo sfruttamento però è ovunque. Come sempre, più è possibile sfruttare la disperazione altrui a proprio vantaggio, più oltre si spingerà chi ha il potere. I salari sono da fame, sempre più bassi, perché tanto per 10 persone che diranno no ne arriveranno altre 100 ancora più affamate e disperate, che pur di dar da mangiare ai propri figli accetteranno quelle condizioni. Intanto il futuro appare sempre più minaccioso, dato che con la fine dell’estate finisce anche il periodo della raccolta della frutta, a cui seguirà pioggia, freddo e un lungo inverno. Il finale, bellissimo, ha un che di biblico.

The grapes of wrath
The Grapes of Wrath, film 1940

Infine, l’odio ingiustificato per il diverso, perché arriva da lontano. Odio che è anche frutto della paura di perdere i propri privilegi. E così, invece di aprire le braccia a chi è in difficoltà, si fa di tutto per maltrattarli. Gli sbirri sono violenti a prescindere e cercano qualsiasi scusa per aizzare i rossi in modo da giustificare l’odio nei loro confronti. Picchiano, arrestano, bruciano gli accampamenti. Questa povera gente viene appellata con il nomignolo Oki. Significherebbe banalmente “proveniente dall’Oklahoma”, ma ora si carica di disprezzo e diventa un insulto. Le parole non sono mai neutre, ma acquisiscono i significati che vogliamo da loro. Uomini e donne sono trattati con sufficienza, i bambini vengono picchiati a scuola. Bisogna trattarli peggio che animali, perché per ogni concessione conquistata vorranno sempre di più. Prima un tetto, poi un lavandino, poi un letto, poi una paga più alta. E dove si andrà mai a finire di conseguenza?

Le pagine scorrono veloci, aumenta la compassione per questa famiglia che non riesce a trovare un lieto fine. “The Grapes of Wrath”, una rabbia che si origina e alimenta dalla terra stessa. Come i semi non seminati e i frutti non raccolti. Una rabbia che però non esplode mai maniera violenta, se non in un momento, ma è più che altro la presa di coscienza di un mondo ingiusto che va cambiato.

In fondo siamo un po’ tutti quella tartaruga che, tra una scalata, il pericolo di essere investita lungo la via, momenti in cui cause di forza maggiore ne bloccano l’avanzata, continua dritta per la sua strada verso il destino che deve raggiungere. 

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7 pensieri riguardo “Furore | Recensione parte 2/2

  1. Che romanzo meraviglioso!
    Io purtroppo, avendo la prima edizione, l’ho letto con la precedente traduzione su cui è passato il “taglio fascista” ;( … ma è riuscito già così a raggiungere il mio cuore. Nonostante tutto. In futuro spero di riuscire a rileggerlo in questa nuova traduzione. E se già l’ho amato così tanto, non oso immaginare cosa proverò poi! Ma’, poi, resterà sempre uno dei miei personaggi preferiti della letteratura. 🙂

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    1. Per quanto ho capito, si è trattato più che altro di una censura a livello di linguaggio usato, l’hanno reso un po’ più colto, nonostante l’estrazione sociale dei personaggi, e lo hanno epurato di quelle espressioni che andavano contro la loro moralità. Più qualche scena tagliata. Nonostante questi tentativi di controllo, però, mi sembra chiaro che il messaggio era arrivato lo stesso con tutta la sua forza 🙂

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  2. Ho letto con molto piacere gli ultimi 3 post che hai pubblicato, perché adoro sia King che Steinbeck. Il capolavoro del primo è Buick 8, il libro migliore del secondo è I pascoli del cielo: hai letto i libri in questione?

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    1. Grazie! Di “Buick 8” ero venuta a conoscenza proprio tramite una tua recensione, infatti l’ho segnato nella rosa di titoli dell’autore tra cui scegliere. L’acquisto di “Le notti di Salem” non era assolutamente programmato, ma a volte i libri arrivano così.
      “I pascoli del cielo” invece non lo avevo mai sentito, ma visto che al momento sono tornata in fissa con Steinbeck è sicuramente un titolo da tenere in considerazione 🙂

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