Autostop per l’Himalaya | Recensione

Autostop per l'HymalayaCosa accomuna Autostop per l’Himalaya a Furore? Nulla verrebbe da pensare. Eppure il destino ha voluto che li leggessi contemporaneamente e, guarda un po’, sono finita in un altro viaggio in camion, anche se ovviamente molto diverso rispetto a quello di cui abbiamo parlato la scorsa volta. Ammettere però che questa similitudine è stata davvero particolare, perché sia da una parte che dall’altra ero sempre in viaggio. Per il romanzo di cui parleremo oggi devo ringraziare Il verbo leggere, che propone sempre letture molto interessanti e anche non troppo conosciute. Non appena si sente pronta, spero che Benny torni presto a pubblicare perché abbiamo tutti bisogno dei suoi consigli 🙂

Vikram Seth, l’autore, è uno studente indiano che non vede casa propria da tre anni: per due anni ha studiato negli Stati Uniti e da un anno frequenta l’Università di Nanchino in Cina insieme a molti altri studenti internazionali. Siamo nel 1981 e non è da molto che il Paese è uscito dalla dittatura di Mao e sta iniziando ad aprirsi al mondo. Vikram ci regala quindi uno spaccato di questa nazione e del suo popolo tramite un punto di vista particolare per noi occidentali, che siamo abituati a leggere resoconti esotici di viaggiatori che appartengono sempre al nostro mondo. Vikram invece è asiatico come i cinesi ed è interessante seguirlo nei confronti con la sua India democratica, nonostante anche il suo Paese debba fare i conti con povertà e numerosi problemi a livello economico e politico.

Ma insomma, è estate, Vikram è in vacanza e partecipa a uno dei tanti tour organizzati dall’università che, meticolosamente predisposti nel dettaglio, somigliano più a una toccata e fuga in ogni luogo di interesse, senza spazio di manovra per i partecipanti. Gli stranieri, seppur riveriti in mille modi, sono infatti super controllati in Cina, e ogni loro movimento deve venire approvato e la loro posizione conosciuta. Ma Vikram non ci sta, vuole vedere la vera Cina e soprattutto vuole visitare il Tibet e la sua capitale Lhasa. Incredibilmente riesce a ottenere un visto e così decide di rinunciare al biglietto aereo già acquistato e tornare dalla propria famiglia in autostop, attraversando il Tibet e quindi il Nepal. È l’inizio di una vera e propria avventura.

Autostop per l'Himalaya

Come ammetterà nelle riflessioni finali, è un viaggio che forse non si è goduto appieno, troppo preso dall’ansia di arrivare prima della scadenza dei documenti; ma grazie al suo diario di bordo ha potuto regalarci un’esperienza magica. Per me è soprattutto incredibile pensare che per tutto quel tempo la famiglia non avesse notizie di lui. Nessuno smartphone e cellulari per comunicare, mentre tra una difficoltà e l’altra avanza lungo il cammino. A sapermi in quelle condizioni, a mia mamma sarebbe preso un colpo.

Vikram riesce a partire a bordo di un camion con una comitiva singolare: Sui, l’autista han, il nipote di costui e Gyanseng, un tibetano che approfitta del passaggio per tornare a casa. La strada è dissestata, gli scossoni sono all’ordine del minuto e in quattro, schiacciati nell’abitacolo, non si sta troppo comodi, tanto che a turno tocca a prendersi qualche gomitata nelle costole. Il clima neanche è clemente, si passa da un caldo asfissiante a notti passate al gelo, mentre le forti piogge allagano continuamente le strade e fanno ingrossare i fiumi, impedendo ai camion di proseguire. Tutti incolonnati, aspettano un giorno dopo l’altro condizioni migliori per passare. Spesso rimangono anche impantanati nel fango ed è estremamente difficile tirare questi bestioni su ruote fuori. Non mancano un po’ di furti, funzionari di polizia eccessivamente scrupolosi, trattative nei negozi, continui cambi di mezzi di trasporto e guide a dir poco particolari.

Insomma, una bella sfacchinata che dici: “ma chi te lo ha fatto fare?” Eppure, in mezzo a questo disagio, Vikram è in grado di regalarti le bellezze di questo mondo così estremo. Il paesaggio varia in continuazione, si passa da zone aride e brulle ad altre verdeggianti o dai tenui colori pastello. Assistiamo ad albe, tramonti, ci inerpichiamo per montagne e attraversiamo luoghi pianeggianti. Ma soprattutto ammiriamo lo splendore di tantissimi laghi. Uno di questi, raggiunto ancor prima di iniziare la traversata, si chiama Lago del cielo e il nome dice già tutto: incastrato tra le montagne, è un piccolo paradiso che riflette il mondo sopra di noi.

Infine Lhasa, il Tibet. Quando arriva, Vikram sembra quasi un’altra persona a causa del fatto che non ha potuto godersi il viaggio con calma, è in preda a una frenesia allucinogena malata. In sostanza visita un tempio dopo l’altro, dato che ce ne sono talmente tanti che basta girare l’angolo per trovarne uno. Templi che non sono un semplice grande edificio, ma imponenti complessi che si estendono tra colline e montagne. Ma più che spiritualità si respira esagerazione ed esaltazione. Assiste anche una cerimonia funebre piuttosto estrema. Qui i funzionari religiosi usano smembrare i cadaveri, polverizzando anche il teschio e le altre ossa per darli in pasto alle aquile. La terra infatti è troppo dura per scavare tombe e d’altra parte non è troppo diverso dal lasciare lo stesso tipo di banchetto ai vermi sottoterra.

Questo viaggio è anche però e soprattutto un incontro tra persone. Come sottolinea Vikram, tutti i cinesi sono sempre pronti e disponibili a offrire aiuto a uno straniero, ne sono anche in parte incuriositi e attaccano bottone per fare un mucchio di domande. Il modo migliore per rompere il ghiaccio è offrirti una sigaretta ed è considerato estremamente scortese rifiutare. Anche i funzionari dello stato non sono da meno, magari fanno un sacco di storie per visti e documenti, citando restrizioni e regolamenti, ma subito dopo si mettono all’opera per cercare una soluzione e ti invitano pure a pranzo o a cena.

È davvero incredibile l’estrema facilità con cui Vikram inizia a parlare e stringere amicizia con chiunque. Dal frequentatore di una moschea a un vero e proprio tibetano. Dietro l’apparente felicità della grande famiglia di quest’ultimo, si nasconde un doloroso passato che ha visto il padre e il fratello incarcerati per 12 e 10 anni perché controrivoluzionari. La vita sotto Mao non era affatto facile, chi era contrario al regime veniva brutalmente represso, ma anche adesso l’ingerenza della politica cinese sul Tibet non è assolutamente ben vista.

Chi più di tutti mi ha rubato il cuore è l’autista Lao Sui. Quest’uomo è la gentilezza fatta a persona, dotato di una capacità di adattamento estrema e di una  pazienza infinita. La sua vita consiste nello spostarsi continuamente tra le regioni cinesi e il Tibet in viaggi che lo costringono a stare via di casa per lunghe settimane, separato dalla povera moglie che rimane ignara del suo destino finché ogni volta non lo vede arrivare. Per far fronte a questa condizione di perenne solitudine, Sui ha fatto amicizia con mezzo mondo lungo la strada. Così il camion si ferma per numerose tappe: bisogna scendere, andare a salutare tutti a qualsiasi ora del giorno e della notte, portando in dono regali.

Un vero viaggio on the road che secondo me è perfetto come lettura estiva, soprattutto in questo periodo in cui il Covid frena molti dal viaggiare. Ancora meglio se si tiene sotto mano il cellulare per cercare e ammirare in tempo reale i luoghi che vengono descritti.

Che dite, vi ho convinto? Pronti a partire?

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