Viaggio con Charley | Recensione

travels with charley
Doodle di Google realizzato da Mike Dutton. Fonte: https://www.google.com/doodles/john-steinbecks-112th-birthday

Dopo Furore, nell’attesa di passare ad altre sue opere più impegnate, non è stato male trascorrere le giornate insieme a Steinbeck in persona che in Viaggio con Charley, un libricino di 200 pagine, ci accompagna nel suo grand tour degli Stati Uniti. Insomma, si nota che quest’anno il trend di lettura è quello dei diari di viaggio?

Di certo non stiamo parlando di un’opera ascrivibile tra i capolavori da non perdersi (lo stesso Steinbeck aveva raggiunto quel periodo in cui la fama era un po’ scemata), però non è male come lettura aggiuntiva per conoscere meglio l’autore, che ha intrapreso il viaggio perché dopo 25 anni di attività si era reso conto di non conoscere più il Paese di cui scriveva, e questo era ovviamente imperdonabile. Ma chi è Charley? Il suo fidato compagno di viaggio: un cagnolino, un barbone francese, protagonista di molti episodi la cui rilevanza è tale che viene nominato proprio nel titolo originale del romanzo-reportage. Terzo elemento di questa avventura, e vero e proprio personaggio a modo suo, è Ronzinante, l’autocarro che Steinbeck ha riadattato a casa mobile con cui spostarsi e vivere on the road per diversi mesi, carica di ogni cibo e strumento possibile e immaginabile.

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Non ho capito esattamente quanto tempo è stato via (e non mi sono preoccupata di cercarlo dopo). In questo senso il racconto non risulta molto lineare. Sarà che non conosco gli Stati citati, ma non riuscivo a differenziare l’uno dall’altro. Ma non mi è importato molto, perché alla fine più di un viaggio geografico è stato un viaggio fatto di riflessioni e incontri con momenti molto iconici o toccanti.

Il primissimo pensiero che racchiude l’essenza di questa avventura si trova in prima pagina. Steinbeck ci parla di quella smania di partire e conoscere che non lo ha mai abbandonato dalla giovinezza, nonostante tutti lo avessero rassicurato che questa “malattia” sarebbe scomparsa con la maturità. Così non è stato, ma forse la verità è che ne siamo afflitti un po’ tutti, con la differenza che alla fine rimaniamo ancorati alle nostre vite. Tanta gente, vedendo Ronzinante, esprimeva il desiderio di partire, non tanto un “via verso” quanto un “via da”, alla ricerca di una liberazione dalla quotidianità, appunto. Altra verità è che non siamo noi a fare il viaggio, ma è il viaggio a fare noi. Ogni viaggio è un’entità indipendente, dotato di personalità e, per quanto possiamo programmarlo al dettaglio, non andrà mai come previsto, quindi sarà suo compito cambiarci a suo piacimento.

Abbiamo poi riflessioni sui governi e la loro burocrazia e il loro amore per carte e certificazioni, più che per gli atti in sé (ho immediatamente pensato alle nostre care autocertificazioni per uscire in tempo di Covid); sui primi esploratori del nuovo mondo che hanno impiegato anni per attraversare le Montagne Rocciose; su altri abitanti di case mobili, che ne hanno fatto un vero e proprio stile di vita. Bellissimo per me il passaggio su cosa significa lasciare il proprio luogo natale e tornarci dopo diversi anni, incapaci di riconoscerlo perché nel tempo della nostra assenza tutto è cambiato, mentre il nostro ricordo lo conserva immutato, come scolpito nella roccia. E noi stessi siamo come dei fantasmi tornati dal passato per chi non se n’è mai andato e allo stesso modo si aggrappa a un ricordo di noi molto diverso. Forse, per mantenere inalterata la loro magia, alcuni posti devono rimanere relegati nella memoria.

Un altro tema di riflessione è quello del razzismo, dato che un profondo sentimento divide nord e sud. Steinbeck non l’aveva mai vissuto come un problema, la sua scuola era frequentata da tre ragazzi neri che considerava suoi amici e uno di loro era anche il primo della classe, mentre la famiglia, grande lavoratrice, godeva di rispetto nella comunità. Ora, durante questo suo viaggio, l’autore assiste alle tristemente famose manifestazioni a cui partecipano le “Cheerleaders“, un gruppo di donne bianche, madri e non, che si riuniscono ogni giorno per protestare contro le classi miste nella scuola del paese. In particolare urlano insulti alla prima bambina nera mai ammessa,  all’entrata e all’uscita da scuola, tanto che ha sempre bisogno di spostarsi con la scorta. Uno spettacolo davvero raccapricciante. L’autore ha poi modo di intervistare alcune persone schierate contro l’integrazione e rimane ferito dal comportamento di un giovane nero a cui offre un passaggio. Abituato a essere sempre trattato in un certo modo, il ragazzo guarda con sospetto questa offerta d’aiuto, si sente a disagio per le domande che gli vengono rivolte e alla fine decide di scendere prima di essere arrivato a destinazione.

Gli incontri con le persone, comunque, sono i preferiti di Steinbeck. Nessuno lo riconosce come scrittore, quindi possono trattarsi alla pari di fronte a un piatto, a una tazza di caffè o un bicchiere di whisky. Nonostante abbia la sua roulotte, ogni tanto cerca alloggio in qualche motel giusto per farsi una doccia; ma mi raccomando, mai alberghi di lusso, sempre e solo alloggi modesti con materassi piuttosto scomodi e perfino una catena di hotel fantasma con tanto di cartello “Torno subito” e nessuno all’orizzonte. Non mancano poi i piccoli aneddoti sulla vita quotidiana, ad esempio come fare le attività domestiche a bordo di un autocarro. A quanto pare il miglior modo di fare la lavatrice è usare il secchio della pattumiera, perché il movimento del veicolo favorisce un ottimo lavaggio.

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http://www.steinbecknow.com/2017/10/17/new-yorker-american-literature-travels-with-charley/

Tornando a Charley, come dicevo, è sempre presente. Ogni volta che Steinbeck lo nomina, lo fa con le parole di ogni padrone totalmente innamorato del suo cucciolo. La sua personalità è ben definita e va dall’essere altezzosa e consapevole del proprio lignaggio ad aver solo voglia di giocare rotolandosi nel fango. È un ottimo attacca bottone perché fa subito amicizia con le persone e sa come far valere i suoi bisogni o protestare con i suoi “fttt”. A causa della vecchiaia, anche lui ha i suoi malanni e c’è un intero episodio dedicato a una notte di paura e angoscia per la sua salute, con disperata ricerca di un veterinario. Ma è anche il classico cane amorevole che sente quando il suo padrone è triste e gli si accoccola accanto per tirarlo su di morale.

Un ottimo libretto per quando non si ha voglia di una lettura troppo impegnata, ma comunque piacevole e in grado di suggerire qualche idea o pensiero nuovi; e soprattutto per chi ama viaggiare (anche a occhi aperti) e ama i cani, decisamente eccezionali compagni di avventura.

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2 pensieri riguardo “Viaggio con Charley | Recensione

    1. Grazie! Io l’ho scovato sul fondo della libreria di mia mamma, come dimostra anche la copertina di un’edizione piuttosto vecchia, e mi ci sono fiondata subito dato che adoro i diari di viaggio. L’incipit poi è davvero uno dei più belli mai letti!

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