Central Park | Recensione

central-park-and-manhattan-in-new-jork-148-smallUn libro riempitivo, un guilty pleasure per ingannare il tempo di un viaggio, Central Park di Guillaume Musso mi aveva attirato per via della trama, ma non riusciva mai a convincermi fino in fondo e per questo rimandavo sempre l’acquisto, temendo un thriller con poca sostanza.

Ma la curiosità andava soddisfatta e sola con l’app del Kindle per un’ora e mezza di treno (mi ero dimenticata a casa il libro cartaceo che stavo leggendo) mi sono convinta a tentare la sorte. Per carità, è uno di quei libri che fa il suo dovere, ti tiene incollata alle pagine, l’ho finito letteralmente in due giorni. Ma credo mi rimarrà ben poco. O forse più del previsto dato certe svolte che giudico un po’ assurde. Partiamo al solito con alcune opinioni senza spoiler, poi però devo fare un’eccezione alla regola e sfogarmi un po’. Liberi di leggere se pensate che tanto non prenderete mai il libro in mano.

NO SPOILER

Partiamo dalla trama, appunto. Alice, una poliziotta francese, si sveglia una mattina ammanettata a uno sconosciuto su una panchina a Central Park, New York. Ha una pistola a cui manca un proiettile e la camicetta sporca di sangue. Gli ultimi suoi ricordi risalgono alla sera prima, una serata a base d’alcol tra amiche. Insieme a Gabriel, lo sconosciuto che dice di essere un pianista jazz americano che fino alla sera prima si trovava in un locale a Dublino, dovrà capire come sono finiti in questa situazione e risolvere il mistero che presto busserà alla porta.

Dopo essersi liberati delle manette, seguono furti, inseguimenti al cardiopalma in macchina, cimici con GPS, cambi di identità, immagini recuperate dalle telecamere di sicurezza, morti che risorgono dalla tomba (in senso figurato, non sono zombie), stringhe contenenti un liquido misterioso, chiacchiere al bar, oggetti lasciati al banco dei pegni, passati ingombranti, case abbandonate, ospedali, dubbi sulla lealtà delle persone che ti circondano. Il tutto in una sola giornata.

Al presente si alternano molti flashback che ci raccontano di più su Alice, sul suo lavoro e sulla difficile vita privata. Credo dovrebbero aiutarci a empatizzare con lei, ma io ho continuato a trovarla abbastanza insopportabile dall’inizio alla fine. Si considera la migliore poliziotta di sempre, ma prende decisioni che nessuno con un po’ di cervello suggerirebbe e si perde più volte in un bicchiere d’acqua. Ok l’immagine della donna forte, determinata, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Il risultato ottenuto è una persona impulsiva, prepotente, che maltratta sempre tutti e prossima all’isterismo.

Ho trovato abbastanza buona l’idea della risoluzione del caso, perché ne avevo anche abbastanza dei soliti serial killer. Però boh, mi sembra sviluppata proprio male, non è credibile. Non può convergere tutto così perfettamente bene date alcune premesse.

Senza spoiler non so proprio cos’altro aggiungere, quindi ci vediamo nella sezione sotto. Un dettaglio ancora però mi ha dato da pensare tutto il tempo.  Come fa a Alice a conoscere l’inglese così bene da non avere il minimo problema a parlare con Gabriel anche di argomenti complessi? Dove li pesca tutti i termini? Non voglio cadere in stereotipi, ma è abbastanza risaputo e testimoniato da esperienze dirette che i francesi non hanno grande feeling con quelli d’oltremanica e il loro inglese non è top. In qualità di poliziotta Alice ha seguito un corso super avanzato di inglese e ora lo parla come una madrelingua? Non lo sappiamo. O se, invece, ci viene detto il motivo, a quanto pare l’ho già dimenticato.

Comunque, di scorrere scorre bene, quindi se volete leggerlo in un momento di noia o blocco del lettore, procedete pure!

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E ora, arriviamo agli SPOILER!!

La sorpresa delle sorprese è che non c’è nessun cattivo che sta alle calcagna dei protagonisti. Il serial killer di cui Alice ha paura e anche sete di vendetta è davvero già morto. Tutta questa sceneggiata non è altro che una sessione di psicanalisi 2.0 per affrontare e superare i fantasmi del passato. Questa nuova e inusuale pratica è stata inventata e messa a punto di sana pianta da Gabriel, che in realtà è uno psichiatra incaricato di recuperare questa ragazza fuggita da un centro per l’Alzheimer, malattia che le è già stata diagnosticata all’età di 38 anni e che lei rifiuta. Di conseguenza, la sua mente cancella questo dettaglio e qualsiasi cosa sia successa dopo la sera in cui ha fatto bisboccia con le amiche, una settimana prima del risveglio a Central Park. E anche il fatto di essere in congedo per malattia da tre mesi. E Gabriel ha ideato il suo magnifico piano durante il tragitto in macchina. Boh.

Parlando del carattere di Alice, aggiungo solo che era arrivata a rapire il suo futuro marito con il ricatto per portarlo al pranzo di Natale in famiglia come finto fidanzato. E soprattutto rischia la propria vita e il bambino che porta in grembo viene accoltellato perché molto furbamente lei si presenta da sola a casa del serial killer non appena capisce chi è. Attendere ancora un po’ per incastrarlo per bene con tutta la squadra no, eh? Perché quella era la sua indagine, voleva l’esclusiva. Ma non può essere vera la storia che quando segui un caso diventa la tua ossessione anima e corpo. Per me è pura e semplice stupidaggine.

Poi, inizialmente ha dei sospetti su Gabriel che però spariscono quando lui rivela di essere un agente dell’FBI, che sta seguendo un caso di serial killer che uccide le vittime con la stessa modalità di quello di Alice. Ora, ditemi voi, può un agente dell’FBI fare un errore madornale come non liberarsi di un cellulare tracciabile con GPS, nonostante Alice gli avesse detto di farlo? E Gabriel riesce nel suo piano solamente perché chiunque, sia le persone che conosce lui sia gli amici di Alice, è pronto a eseguire i suoi ordini senza battere ciglio.

Ho quindi concluso la lettura un po’ basita per via di tutti questi dettagli. O forse sono io il problema. Spesso in questi tipi di thriller bisogna un po’ slegarsi dall’idea di verosimiglianza con la realtà, di solito non ho troppi problemi, ma stavolta qualcosa non ha funzionato.

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