L’isola del dottor Moreau | Recensione

Biglietto Orizzontale Buon Compleanno Bambini Illustrato Rosa (1)Lo avevo promesso tantissimo tempo fa, ed era già quasi pronto da diversi mesi,  ma ormai mi pareva avesse un suo senso pubblicarlo per la fine dell’anno, dato che si è trattato del primo libro letto nel 2022. Un po’ un cerchio che si chiude.

L’isola del dottor Moreau è il primo (e finora unico) romanzo di H.G. Wells letto nonostante il mio amore per la narrativa. E come ho già raccontato, è solo grazie a una serie spagnola a lui dedicata che vengo a conoscenza di questo autore, ma caso vuole che non sia nessuna delle storie che hanno ispirato la trilogia Vittoriana. Come l’ho scoperto, quindi? Citofonare Il verbo leggere (più amica che lo regala a sorpresa per Natale).

Un libro breve, di neanche 200 pagine, e non è scontato che io legga libri così corti, ma stavolta confermo che non sia necessaria una sola parola di più. È come se l’autore avesse gettato una manciata di semi che poi devono avere il tempo di germogliare da soli nella mente di lettrici e lettori. Ma è anche una storia molto radicata nel presente di Wells e non la si può capire appieno senza conoscere la situazione storica di quel periodo e senza un minimo appoggio della critica.

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Per un accenno di trama, tutto parte da un diario che viene ritrovato tra le carte dello zio Edward Prendick successivamente alla sua morte, un diario contenente una storia talmente surreale da non poterla credere vera. La nave su cui viaggia il britannico Prendick è vittima di un naufragio, e l’uomo viene salvato dal capitano John Davis, un ubriacone che non vede l’ora di sbarazzarsi di tale Montgomery e delle bestie che si porta appresso, tra cui un puma, un lama, cani e conigli. Dopo alcune difficoltà, Prendick si ritrova a dover affidare la propria vita proprio a Montgomery e a un altro anziano signore, che si scoprirà essere il dottor Moreau. I due vivono insieme su un’isoletta dove non fa mai rotta nessuno e dove succedono cose sempre più strane. Il servo di Montgomery è un uomo estremamente corpulento, nero e dalle orecchie pelose; girano tre individui che hanno gli arti delle gambe troppo corte in proporzione al resto del corpo e per di più fasciati; l’intera isola è abitata da esseri che stanno a metà tra uomini e animali e che recitano come un mantra una legge a cui non possono contravvenire. Le urla strazianti che provengono dalla stanza attigua alla sua convincono Prendick che il dottor Moreau stia conducendo esperimenti per mutare gli uomini in bestie e che lui sarà la prossima vittima. Sarà proprio così o c’è dell’altro sotto, forse ancora più sconvolgente?

Temo di non poter spingermi più in là di così perché rovinerei il gusto della lettura. È uno di quei casi in cui meno si sa, meglio è. Cerco quindi di fare le prossime riflessioni senza causare spoiler.

Di base tutta l’opera è una critica alla società inglese di metà 800 che si barcamenava tra scienza, religione e moralità. Non a caso ricorda molto da vicino anche Frankenstein di Mary Shelley, anche nella struttura, basti pensare all’escamotage di riportare la storia così com’è narrata in un diario manoscritto, per cedere ad altri la paternità e investirli della responsabilità del racconto. Ma anche per farlo passare per fatti di cronaca di cui abbiamo ricevuto testimonianza.

Moreau è un deus ex-machina, lo scienziato pazzo che si spinge ai limiti del possibile relativamente a tutte le correnti di pensiero e le attività che erano in corso all’epoca, incentrate sullo studio della biologia a seguito delle teorie evoluzioniste di Darwin. C’è l’idea radicale che l’uomo possa intervenire sulla natura per creare artificialmente esseri superiori, ma anche dibattiti sulla legalità della vivisezione e il diffondersi di una strana teoria secondo la quale il dolore è solo un costrutto della mente e quindi non bisogna farsi alcuna remora nell’applicare pratiche che prevedono la manomissione della materia viva. Non mancano poi le riflessioni su quali siano le caratteristiche che ci rendono davvero umani e che pertanto ci differenziano dalle “bestie”.

Le bestie di Moreau non sono troppo diverse dagli esseri umani che vivono in una società che li vuole omologati e inquadrati in precisi schemi, assoggettati a una volontà superiore. Nella figura di un servo nero, inoltre, non si può non notare una critica al colonialismo e alla schiavitù. Ma il dottore deve stare attento, la natura selvaggia che abita l’isola ci mette poco a riemergere, con conseguenze devastanti.

Non è spoiler dire che Prendick riesce a tornare al mondo “civile”, altrimenti non avrebbe potuto lasciarci il diario. Ma le ultime pagine sono piene di malinconia, l’esperienza vissuta lo ha portato ad aprire gli occhi e ora vede gli uomini e le donne in modo diverso, il confine tra animali ed esseri umani non è più così definito. L’unica soluzione a questa angoscia di vivere è la ricerca della solitudine e lo sguardo rivolto alle stelle che brillano nella volta celeste.

Come prima lettura di genere fantascientifico non ho nulla di cui lamentarmi, è incredibile come Wells sia riuscito a far confluire così tanti temi in una vicenda di base così semplice. Ottimo lavoro, testo consigliatissimo purché si abbia la voglia di approfondire la lettura, altrimenti il rischio è di non capire niente e rimanerci delusi.

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11 pensieri riguardo “L’isola del dottor Moreau | Recensione

  1. Hai fatto bene a contestualizzare l’opera e a sottolineare la necessità di approfondire la lettura. Per esempio, sono stati scritti interessanti articoli che analizzano “L’isola del dottor Moreau” alla luce di temi come il razzismo e il colonialismo.
    Grazie per la menzione ❤. Mi sa che ormai sono la blogger a cui “citofonare” quando si parla di libri gotici o, più in generale, di epoca vittoriana 🤣.

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